La questione organizzativa. Per fare in modo che le cose accadano *

Siamo quotidianamente colpiti da notizie sulle emergenze nazionali: economia stagnante, crescente divario fra Nord e Sud, crisi e fallimenti delle imprese, abnorme disoccupazione giovanile, crescita delle disuguaglianze e della povertà, immigrazione ed emigrazione fuori controllo, corruzione, lentezza della giustizia, costi e qualità della sanità, degrado e minacce ai beni ambientali e culturali, scuole e università agli ultimi posti in Europa, criminalità organizzata e molte altre. Quasi tutte queste emergenze hanno la loro causa originaria nelle inadeguatezze delle organizzazioni che avrebbero la responsabilità di prevenirle e gestirle e nella loro scarsa capacità di cambiamento e innovazione.

La crisi economica globale del 2008 si era riversata su un sistema italiano di organizzazioni per lo più fragili. Durante la crisi si era generata una “morìa di organizzazioni malate”: decine di migliaia di imprese piccole sono fallite e molte ancora oggi chiudono o licenziano. Hanno resistito e si sono sviluppate imprese medie di successo, ma il loro esempio non si diffonde; Pubbliche Amministrazioni che costano troppo e forniscono servizi scadenti o inutili non hanno realmente iniziato a riorganizzarsi; settori e piattaforme produttive in declino cedono marcatamente il passo di fronte alla competizione internazionale. Mentre, al contrario, prosperano le organizzazioni criminali, i club parassitari, i clan che gestiscono senza controllo gran parte dell’economia e della società italiane.
La quarta rivoluzione industriale che è già cominciata complica ulteriormente il quadro: le nuove tecnologie potrebbero, se non gestite, eliminare posti di lavoro e polarizzare fra organizzazioni capaci e organizzazioni che verranno marginalizzate.

L’opinione corrente è che l’organizzazione sia solo “l’intendenza che seguirà” l’economia, la politica, le leggi, il potere a cui andrebbe affidato il cambiamento del sistema industriale e amministrativo italiano. Le grandi imprese sanno come organizzarsi, ma spesso usano i vecchi paradigmi fordisti oppure hanno modelli e metodi non imitabili. La maggior parte delle piccole e medie imprese italiane, del terzo settore, delle Pubbliche Amministrazioni hanno un forte deficit organizzativo. Le imprese, le pubbliche amministrazioni, le organizzazioni del terzo settore, le reti, le piattaforme, gli ecosistemi prossimi futuri dovranno essere progettate con nuovi paradigmi insieme alle tecnologie digitali e al lavoro di nuova concezione.
Le buone politiche pubbliche che offrono risorse economiche e regolazioni normative sono necessarie, ma non sufficienti. Esse sono come il calore della chioccia o dell’incubatore che fa schiudere le uova: ma è solo la biologia dell’uovo sano e fecondato ciò che genera il pulcino. Le organizzazioni non sono solo fenomeni della natura, ma sono oggetto di progettazione degli uomini. Come favorire lo sviluppo della “biologia” (fuor di metafora la struttura, il funzionamento, le competenze, la cultura) delle organizzazioni?

fig Libro ButeraEd è proprio della “biologia” delle organizzazioni che ci occuperemo in questo libro
Il cambiamento profondo delle organizzazioni e del lavoro non sembra essere presente tra le priorità dei governi centrali e regionali e della classe dirigente del Paese.
Questo libro mira a contribuire ad affrontare le emergenze antiche e la crisi attuale promuovendo ricerche e azioni concrete per la rigenerazione e l’innovazione delle organizzazioni pubbliche e private e dei lavori tradizionali e nuovi: in una parola, il libro propone di fare della questione organizzativa una questione nazionale. Perché ciò avvenga occorre avviare programmi di ricerca, di politiche pubbliche, di sviluppo di servizi a favore di imprese e Amministrazioni, di incentivazione a sviluppare cantieri di riorganizzazione e di riprogettazione del lavoro. Per far ciò sarebbe necessario un impegno collettivo ampio e condiviso di istituzioni, imprese, sindacati, università, centri di ricerca e formazione, lavoratori, studiosi, studenti, cittadini. Tutto ciò entro la ripresa di quello scatto morale e progettuale che aveva caratterizzato il miracolo economico italiano del dopoguerra insi eme alla operosa ricostruzione delle imprese e delle Pubbliche Amministrazioni, come ha ricordato recentemente Giuseppe De Rita.

Dai governi precedenti e dall’attuale sono state varate misure di sistema su cui sono tuttora vivi il dibattito e la polemica (infrastrutture, pensioni, fisco, liberalizzazioni, mercato del lavoro, reddito di cittadinanza, ecc.) ma sono invece deboli e confuse le proposte sulle materie che riguardano le cause profonde della crisi italiana e l’attivazione di forze endogene per uscirne: la nascita e il rafforzamento di imprese (grandi, medie, piccole) capaci di competere, la ripianificazione dei territori e delle imprese in rete (come i nuovi distretti o – su scala più elevata – le regioni, il Nord o il Mezzogiorno), la riorganizzazione dei servizi pubblici, la riorganizzazione delle Pubbliche Amministrazioni centrali e locali, il potenziamento delle organizzazioni di difesa contro i rischi ambientali, il rafforzamento delle organizzazioni impegnate nel contrasto della criminalità diffusa e organizzata, il cambiamento dell’organizzazione del lavoro intellettuale e manuale e dei contenuti dei lavori e delle nuove professioni, l’abilitazione delle persone giovani e anziane a un mondo del lavoro in radicale cambiamento, la riorganizzazione del sistema educativo. Sono questi i temi chiave della crescita, della difesa dei diritti, del superamento delle diseguaglianze e della povertà.

Organizzazione e lavoro non sono l’intendenza che seguirà la politica e l’economia, ma la fonte della ricchezza delle nazioni, come scriveva Adam Smith.
Perché ciò avvenga le politiche che i progetti devono essere guidati da obiettivi e parametri di sviluppo sostenibile e di qualità della vita di lavoro.
Tutto questo è troppo complicato e troppo a lungo termine per le agende dei governi e della politica che hanno prospettive temporali a breve? Come conciliare i complessi e lunghi percorsi richiesti dalla rigenerazione e innovazione delle organizzazioni con politiche non brevitermiste: questo è il problema politico e culturale che affronteremo nel presente libro.
Possono le politiche pubbliche occuparsi dell’innovazione delle piccole e medie imprese, della modernizzazione delle imprese sociali, della riorganizzazione delle Amministrazioni centrali dello Stato, delle Regioni, dei Comuni, delle Municipalizzate? Come non disperdersi nella miriade di situazioni diverse affidate alla responsabilità di persone e poteri diversi? Qui si sostiene che tali politiche siano possibili e necessarie.
Le esperienze della Tennessee Valley Authority ai tempi di Roosvelt, dell’Industrial Democracy scandinava, della Mittbestimmung tedesca, della diffusione programmata della lean production in Giappone, del Reinventing Government di Clinton e Gore, ma anche i programmi italiani di ricostruzione postbellici e il recente Patto per il Lavoro dell’Emilia-Romagna sono alcuni casi in cui le politiche pubbliche sono intervenute sulla radice dei problemi dandosi come oggetto la rigenerazione e innovazione delle organizzazioni e dei lavori, con risultati istituzionali, economici, sociali straordinari.
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L’organizzazione, non quella ossificata negli organigrammi e nei mansionari, ma quella reale vivente, probabilmente non può essere pienamente oggetto di scienza positivistica, di una scienza esatta, ma forse di una forma di scienza fortemente connessa alla pratica professionale, come è avvenuto nel tempo con la medicina e l’architettura. L’organizzazione è come l’organismo umano e come una costruzione: un sistema enormemente complesso di cui occorre conoscere i componenti, le interazioni, i percorsi evolutivi, le problematiche patologiche e costitutive e su cui soprattutto occorre intervenire con la terapia o con la progettazione.

Una politica basata sull’approccio clinico e progettuale applicato alle organizzazioni implicherebbe:

  1. l’affermazione della specificità delle scienze dell’organizzazione e la loro piena integrazione fra tutte le sue componenti disciplinari (economia, sociologia, psicologia, ingegneria, management, ecc.);
  2. l’integrazione fra organizzazione e tecnologie;
  3. l’integrazione di professioni e di organizzazioni. Sono emersi, invece, tante scienze dell’organizzazione divise fra loro e un gran numero di professioni non unificate entro un modello comune. In particolare, il mondo accademico si è separato dal mondo delle professioni. Come rilevava Stephen Barley, i practicioner (consulenti, professional, dirigenti) hanno influenzato gli studiosi di scienze organizzative più di quanto non sia avvenuto il contrario.

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A livello dei singoli sistemi organizzativi privati e pubblici, la proposta è quella di raggiungere risultati di classe internazionale attraverso il consolidamento, lo sviluppo dell’integrazione fra organizzazione, tecnologia, lavoro.
È un compito affidato all’autonomia degli imprenditori e dei dirigenti, affinché sviluppino e diffondano un nuovo modello di management privato e pubblico ed efficaci metodi di innovazione e cambiamento tecnologico-organizzativo. I temi di questo rinnovamento organizzativo realizzati attraverso una moltiplicazione di casi di successo, di best practice, sono due: nuovi principi basati su casi di successo e nuovi metodi per l’innovazione e il cambiamento.

Alla luce delle ricerche di cui oggi disponiamo sull’Italian Way of Doing Industry e sulle migliori Pubbliche Amministrazioni, dieci sono i principi cardine che le altre organizzazioni dovrebbero perseguire: operare come nodi vitali entro reti e piattaforme produttive, generare strategie di innovazione a 360 gradi, gestire l’inaspettato, innovare e cambiare rapidamente prodotti e servizi e, insieme, le proprie capacità organizzative, far avvenire davvero le cose, conciliare interessi e visioni diversi, armonizzare risultati economici, tecnici e sociali, valorizzare le persone, generare occupazione.

Il tema dei metodi va centrato su come ritrovare un nuovo rapporto fra strategie e organizzazione. È il complesso percorso della gestione del cambiamento: occorre fare in modo che la strategia stessa sia effettivamente realizzata, verificata e migliorata, e occorre produrre agenti di cambiamento in grado di guidare e sviluppare cambiamenti sul lungo periodo.

Cosa manca alla ricerca e alla pratica professionale italiana sull’organizzazione. L’Italia, come abbiamo detto, ha imprese e Amministrazioni che hanno molto innovato l’organizzazione e fanno scuola. Abbiamo università prestigiose che fanno ricerca e didattica avanzata sui temi di management e organizzazione. Società di consulenza e società di servizi tecnologici forniscono servizi eccellenti.
Ma le grandi questioni rimangono materia solo per la politica, l’economia, il diritto, il potere; mentre la progettazione, gestione e formazione dell’organizzazione sono “materia tecnica” oggetto dell’autonomia dei singoli soggetti o derivata dalle direttive e strategie fissate dalle prime, insomma l’“intendenza che seguirà”.
Negli Stati Uniti General Motors, IBM, Pfizer per esempio sono state invece un’istituzione; il programma “Reinventing Government” di Clinton e Gore era politico oltre che tecnico; università come Harvard, Mit e Berkeley hanno operato come protagonisti culturali generali della società.
Quello che voglio dire è che la questione dell’innovazione e rigenerazione delle organizzazioni in Italia non potrà essere affrontata senza valorizzare l’esperienza e il know-how delle imprese, delle università, dei centri di servizio: ma la loro valenza economica, istituzionale e sociale deve essere perseguita e condivisa insieme con il potere economico e politico. E con le persone.

Un movimento culturale e sociale. Questo richiede un movimento sociale e culturale che affermi che progettare e gestire organizzazioni efficaci, efficienti, sostenibili, etiche, centrate sulla persona è un valore, un dovere e un diritto. Un valore che deve essere sostenuto da una forte tensione culturale ed etica, deve essere condiviso dai soggetti sociali, dalla cultura, dalla scienza, dalle professioni, deve essere ampiamente comunicato. Un movimento che veda protagonisti l’imprenditoria più capace e responsabile, i più professionali e integri fra i manager e i civil servant, gli studiosi e i ricercatori, i formatori come membri consapevoli di un rinnovato modo di fare politica.
Un movimento, soprattutto, che sia compreso e che generi partecipazione da parte dei giovani, anche attraverso l’impiego dei social network. Un movimento che trovi impulso e sostegno da parte delle autorità morali e intellettuali del Paese. Non è una cosa nuova per l’Italia. Si parva licet componere magnis, il Risorgimento italiano è stato una “congiura dei migliori”, leader dell’economia, delle scienze, dell’arte, della cultura, delle associazioni civili e religiose.

Alla base ci sono tre semplici idee antiche, ma trascurate o umiliate dai molti attuali detentori del potere:

  • il lavoro come fonte della ricchezza del Paese e dell’identità delle persone e non come merce;
  • l’impresa come istituzione economica e sociale e non come pedina di scacchieri finanziari o politici;
  • le Pubbliche Amministrazioni come servizio per la comunità e non come grumi di burocrazia costosa e arrogante.

Una domanda finale: un movimento quale quello appena accennato potrebbe essere adottato da chi compete nell’agone politico e opera entro tempi brevi? Credo proprio di sì. Non voglio fare nomi italiani contemporanei. Ricordo solo che Alcide De Gasperi guidò il miracolo economico italiano non solo attraverso interventi infrastrutturali, ma sostenendo con vari programmi di respiro internazionale lo sviluppo delle grandi imprese private e a partecipazione statale, le scuole di ogni ordine e grado, il nuovo associazionismo. Ricordo che Al Gore, dedicatosi a guidare il programma di riorganizzazione delle Pubbliche Amministrazioni, ha numericamente vinto le elezioni presidenziali americane.
L’innovazione organizzativa del secondo dopoguerra, d’altra parte, fu guidata da nomi come Adriano Olivetti, Enrico Mattei, Pasquale Saraceno, Oscar Sinigaglia, Alberto Pirelli, Gaetano Marzotto, Vittorio Valletta, Agostino Rocca, Guido Carli, Raffaele Mattioli, Ugo La Malfa, Carlo Azeglio Ciampi, Bruno Trentin, Pierre Carniti e da molti studiosi ed esperti di grande spessore culturale e morale, il cui elenco eccede le dimensioni di questo capitolo. Non erano l’intendenza, ma la classe dirigente del Paese. Quali i nomi per l’Italia del 2020?

* tratto dalla Prefazione del nuovo libro di Federico Butera, Organizzazione e Società. Innovare le organizzazioni dell’Italia che vogliamo, Marsilio, 2020, su autorizzazione dell'autore.

 

Riferimenti:

- Butera F. e Dente B. (a cura di), Change Management nelle Pubbliche Amministrazioni. Una proposta, Franco Angeli, Milano, 2009
- Perrow C., Organizing America: Wealth, Power, and the Origins of Corporate Capitalism, Princeton, N.J., Princeton University Press, 2002

Tags: organizzazione e processi, change management

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